Legge Pinto · Risparmiatori

Hai perso i risparmi in un crack. Poi hai perso anche vent'anni.

I grandi dissesti finanziari lasciano procedure che durano decenni, e chi ci è dentro smette di aspettare molto prima che finiscano. Oltre i 6 anniperò l'attesa diventa una posta a sé: 600–1.000 € per ogni anno in più, pagati dal Ministero della Giustizia a ogni risparmiatore ammesso al passivo — anche a chi dal riparto ha ricevuto pochi centesimi per euro.

Nessun costo anticipato, paghi solo quando ricevi i soldi

Quei soldi li hai già dati per persi. L'attesa, no.

All'inizio c'erano le assemblee, i comitati, gli avvocati, le lettere. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro: qualche riparto parziale a distanza di anni, comunicazioni sempre più rare, e una cifra che è diventata una ferita di cui non si parla più. Quello che quasi nessuno ha detto ai risparmiatori è che il tempo dell'attesa ha un valore autonomo, che non dipende da quanto la procedura riuscirà a restituire e che non lo paga la società fallita — lo paga lo Stato, per aver tenuto aperta una procedura oltre il ragionevole.

I grandi dissesti sono le procedure più lente d'Italia

Non è un'impressione di chi ci è dentro. La durata media nazionale di un fallimento è di sette anni e un mese, ma un quarto delle procedure supera gli otto anni e otto mesi e circa il 9% arriva oltre i diciotto. I dissesti con migliaia di creditori, contenziosi paralleli e patrimoni da liquidare stanno quasi sempre in quell'ultima fascia.

Tradotto in indennizzo, per chi è dentro da vent'anni:

  • procedura aperta nel 2006: 14 anni oltre il termine, stima 8.400–14.000 € a testa
  • l'importo non cambia se i risparmiatori coinvolti sono dieci o diecimila: ognuno ha il proprio
  • e non cambia nemmeno in base a quanto avevi investito: contano gli anni, non il capitale

I numeri completi, tribunale per tribunale, stanno nella pagina su quanto dura davvero un fallimento in Italia.

«Ma io qualcosa l'ho già preso»

È l'obiezione che sentiamo più spesso da chi ha perso risparmi, e nasce da una confusione comprensibile tra due cose che non c'entrano nulla l'una con l'altra.

Il riparto

Sono i soldi che la procedura recupera e distribuisce ai creditori. Dipendono dall'attivo e dal grado di privilegio: nei crack finanziari, per i risparmiatori, di solito è una frazione minima del capitale.

L'indennizzo Pinto

Lo paga il Ministero della Giustizia per la durata irragionevole della procedura. Non dipende dall'attivo, non si divide tra i creditori e arriva anche a chi dal riparto non ha ricevuto nulla.

Per molti risparmiatori l'indennizzo finisce per essere più alto di quanto la procedura ha restituito. Non è un risarcimento per i soldi persi — quelli sono un'altra partita, che si gioca contro chi il dissesto lo ha causato — ma è l'unica somma certa che si può ancora ottenere sulla vicenda.

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Cosa serve per iniziare

1

Il nome e l'anno

Il nome della società e più o meno l'anno del crack. Se ricordi di essere stato ammesso al passivo, dillo: il resto lo recuperiamo noi dal tribunale.

2

La verifica, gratuita

Controlliamo se la procedura è ancora aperta, da quanto, e se sei nei termini. Se il caso non sta in piedi te lo diciamo, senza che tu abbia speso nulla.

3

Una firma da casa

L'incarico si firma da remoto. Il ricorso lo deposita l'avvocato in Corte d'Appello, e l'indennizzo arriva dal Ministero direttamente a te.

Le domande di chi ha perso risparmi in un dissesto

Ho già ricevuto qualcosa dal riparto. Ho comunque diritto?

Sì, e sono due cose separate. Il riparto è quanto la procedura è riuscita a recuperare e distribuire tra i creditori; l'indennizzo Pinto lo paga il Ministero della Giustizia per il tempo di attesa. Aver preso il 5% del proprio credito dopo quindici anni non toglie nulla al diritto per quei quindici anni.

Sono uno di migliaia di risparmiatori nella stessa procedura. Vale per tutti?

Ogni creditore ammesso al passivo ha un diritto autonomo: non è una somma da dividere tra i partecipanti. In una procedura con migliaia di ammessi, ciascuno può chiedere il proprio indennizzo, e l'importo non cambia perché sono in tanti.

Avevo obbligazioni, non un credito commerciale. Cambia qualcosa?

Quello che conta è essere parte della procedura, cioè risultare ammessi al passivo. Il titolo da cui nasce il credito — obbligazioni, azioni, un deposito, una fattura — non cambia il diritto all'equa riparazione, che guarda alla durata della procedura.

Il crack è di vent'anni fa: sono ancora in tempo?

Se la procedura è ancora aperta sì, e anzi l'importo maturato è tra i più alti che vediamo. Se invece si è chiusa, il termine è di sei mesi dalla definitività del provvedimento di chiusura: è la prima cosa da verificare, perché passato quel termine il diritto si perde.

Ho aderito a una class action o a un'associazione di risparmiatori. Interferisce?

Sono percorsi diversi e non alternativi. Le azioni collettive puntano a recuperare il capitale investito da chi lo ha causato; il ricorso Pinto chiede allo Stato un indennizzo per la durata della procedura concorsuale. Il secondo non pregiudica il primo.

Non ho più le carte di allora, solo qualche estratto conto.

È la normalità su procedure così vecchie. A noi basta il nome della società fallita e più o meno l'anno del crack: lo stato della procedura e i provvedimenti li recuperiamo dal tribunale, e la verifica è gratuita.

Il titolare dei titoli era mio padre, che è mancato.

Il diritto all'equa riparazione è un diritto patrimoniale e rientra nell'asse ereditario come qualsiasi altro credito: possono farlo valere gli eredi. Le condizioni le abbiamo raccolte nella guida dedicata all'indennizzo agli eredi.

Quanto mi costa provarci?

Nulla in anticipo. Le spese vive — marca da bollo da 27 € e copie autentiche — le anticipa l'avvocato incaricato, e il compenso, con un tetto massimo del 30%, si trattiene dall'indennizzo solo dopo che l'hai incassato. Se non arriva niente, non paghi niente.

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